La 46edizione del Festival della Valle d’Itria coincide con quello che si preannunciava essere un anno ricchissimo di concerti, iniziative e rassegne dedicate a Ludwig van Beethoven (1770 – 1827), nell’anno del 250° anniversario della nascita del genio di Bonn. Nel rinnovato cartellone post Covid della manifestazione martinese sono due gli appuntamenti al Chiostro di San Domenico per celebrare l’arte, il pensiero e la filosofia di una delle massime figure di riferimento per tutti i compositori e gli interpreti, dai suoi contemporanei sino ai nostri giorni.

Il 17 luglio alle 21 sarà il pianista Federico Colli – vincitore del primo premio nel 2011 al concorso Mozart di Salisburgo e nel 2012 al Leeds International Piano Competition – a far tornare la musica nello spazio del Chiostro di San Domenico con un programma che mette a confronto le sonate per pianoforte in La minore D 784 di Franz Schubert e la n. 2 op. 61 di Šostakóvič con una delle pagine più note sia del catalogo beethoveniano che del repertorio pianistico in assoluto, la Sonata op. 27 n. 2, meglio conosciuta con il titolo “Chiaro di luna”, inventato dal poeta Ludwig Rellstab.

Il 18 luglio, sempre alle 21, protagonista sarà il duo formato dalla violinista Francesca Dego e dal direttore d’orchestra Daniele Rustioni, che a Martina Franca sarà nelle vesti di pianista. La proposta musicale di questo concerto spazia nei repertori apparentemente più distanti: dopo Sonata in Re maggiore op. 12 n. 1 per violino e pianoforte di Beethoven, si ascolterà Souvenir d’un lieu cher di Čajkovskij; quindi il brano per violino solo del compositore Carlo Boccadoro Come d’autunno, dedicato a Francesca Dego ed ispirato alla poesia di Ungaretti Soldati. Chiuderanno il concerto le pagine di Ysaÿe (Sonata n. 3 op. 27 “Ballade”) e di Ravel (Tzigane).

«La presenza di Beethoven nei due concerti martinesi di “musica nel chiostro” – scrive Carlo Fiore nel programma di sala del Festival – può essere letta tentando di tessere un filo di Arianna tra le due sonate (l’op. 27 n. 2 Quasi una fantasia, per pianoforte, e l’op. 12 n. 1 per violino e pianoforte) che aiuti ad attraversare il labirinto talora disperatamente intricato alla fine del quale si raggiungono, come fossero uscite verso esiti alternativi, le composizioni di Franz Schubert e Dmítrij Šostakóvič, oppure di Pëtr Il’ič Čajkovskij, Carlo Boccadoro, Eugène Ysaÿe, Maurice Ravel. Non è un esercizio di stile o di retorica, perché il contributo più prezioso e duraturo che dobbiamo a Beethoven, consustanziale alla sua musica, è quello di aver illuminato spazi sonori, etici e sociali anche distantissimi da lui, proponendosi sempre come modello di pensiero critico, nonostante il pregiudizio romantico che lo vuole ridurre a monumento (seppur titanico) non sia ancora del tutto sfatato».

Altro omaggio a Beethoven è l’incontro con Sandro Cappelletto per il ciclo di appuntamenti “Mettiamoci all’opera”, promosso dalla Fondazione Paolo Grassi e già disponibile on demand sulla Web TV dedicata al Festival della Valle d’Itria.

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