In occasione della presentazione del libro “Giulio Gatti Casazza, Una vita per l’Opera” di Alberto Triola abbiamo voluto approfondirne con l’autore  i contenuti, molto interessanti, attraverso una amichevole chiacchierata. Innanzitutto va ricordato che Alberto Triola, direttore artistico del Festival della valle d’Itria e del Maggio Musicale Fiorentino proviene da quella fucina di talenti che è la Scala di Milano, il teatro più rappresentativo dell’Opera italiana. Giulio Gatti Casazza, personaggio poco noto ai più, è stato il primo vero manager teatrale. È una persona che a ventinove anni è stata chiamata nel 1898 per risollevare le sorti del Teatro alla Scala di Milano dopo un anno e mezzo di chiusura ed è riuscito a fare l’impossibile, culminando poi la sua carriera al Metropolitan di New York e collaborando sempre con Toscanini e Mahler.

Alberto Triola, innanzitutto una domanda: come mai ha scelto di parlare di Gatti Casazza? Quando ne ha sentito parlare la prima volta?

Anni fa, ai miei inizi al Teatro alla Scala di Milano sentii citare questo nome, che, lo ammetto, non avevo mai sentito prima. Fu citato così, in un discorso, dall’allora direttore del teatro e rimasi incuriosito. All’epoca non c’era internet, quindi andai sulla Treccani e lessi le due righe su di lui, in cui si diceva che aveva diretto a inizio novecento la Scala, poi il Metropolitan e basta. Nulla più. Poi, leggendo alcune lettere di Toscanini vidi che lo citava spesso, a volte anche in termini non proprio edificanti perché i due si punzecchiavano. Sono stato preso dalla curiosità e poi ho scoperto una serie di cose interessantissime.

Ad esempio, che anche lui, come te, è un laureato in ingegneria navale.

Esatto! Onestamente credevo di essere l’unico ad essere passato dalla matematica e fisica, dallo stendere progetti per un ponte o un traliccio alla musica lirica e all’opera. Gatti Casazza era figlio di un garibaldino, di una persona che aveva fatto la spedizione dei Mille e che sognava per il proprio figlio una carriera brillante, magari in ambito militare. Lui invece si fece espellere dall’Accademia di Livorno e riuscì soltanto a continuare gli studi di ingegneria a Genova. poi, tornato a casa, si lasciò trasportare dalla sua passione per la musica, per l’opera lirica e iniziò a lavorare per il teatro di Ferrara, di lì poi è partito per Milano e così via.

Hai tracciato un paragone, una sorta di parallelo, tra le figure di Gatti Casazza e Paolo Grassi. In cosa consiste?

Hanno qualcosa di molto simile tra loro: sono persone che hanno preso in mano un teatro quando era in difficoltà, in un momento di crisi, e l’hanno portato a un grande splendore sia dal punto di vista culturale che finanziario. Sono riusciti a tagliare le spese inutili, i pesi morti, e a riempire i teatri facendo amare i loro spettacoli dalla gente. È più di un obiettivo, è un sogno che viene trasformato in realtà.

Come si fa a fare uno spettacolo eccezionale con dei vincoli di bilancio piuttosto stretti?

C’è un bell’esempio. Nel 1932 Gatti Casazza era al Metropolitan di New York ormai da qualche anno. Un giorno andò nel suo ufficio il responsabile economico e gli disse “il teatro chiuderà, non abbiamo più soldi, ci sono solo debiti”. Stiamo parlando di un teatro statunitense, che per abitudine ancora oggi non fa affidamento su finanziamenti pubblici, ma vive di finanziatori o investitori privati e di biglietti. Gatti Casazza aprì la cassaforte del suo ufficio e pose sul tavolo un milione di dollari in contanti, frutto di economie fatte negli anni passati e disse: “Ecco i soldi per la prossima stagione teatrale. Ci metta pure il mio stipendio e parte di quello degli attori e degli altri lavoratori”. Aveva saputo risparmiare in tempi di vacche grasse, senza fidarsi delle proposte di speculazione economica, ed è riuscito ad avere la vicinanza e l’affetto di tutti quelli che lavoravano con lui perché anche se avevano uno stipendio ridotto, sapevano che il loro direttore aveva rinunciato al suo, che faceva se non gli stessi, maggiori sacrifici rispetto a loro.

Si ha l’impressione che queste capacità possano derivare dall’aver saputo coniugare due mondi diversi, quello della matematica e dell’ingegneria e quello dell’opera lirica. Gatti Casazza è un esempio per te?

È un esempio per chiunque si trovi a gestire un teatro, un festival. È affascinante, ammaliante, pensare come si possa cambiare la propria mente: è una scossa profonda passare dal dover progettare, invece che un ponte che duri trecento anni o una diga che abbia un certo indice di tenuta, qualcosa come delle emozioni, delle sensazioni, uno spettacolo teatrale che durerà al più cinque o sei repliche. Si passa dal computare cose estremamente materiali e solide come calcestruzzo, ferro e pietra a calcolare cose impalpabili come la musica, il canto, le emozioni.

Forse è in realtà la stessa cosa: si tratta di saper valutare ciò che si ha a disposizione, con l’unica differenza che i materiali di costruzione non sono calcolabili con grafici o funzioni matematiche. 

Forse si.

Una domanda finale: cosa bolle in pentola per il quarantesimo festival della Valle d’Itria? Cosa potremo ammirare?

Molte cose sono ancora in lavorazione. Ma posso assicurare che ci sarà un grande evento per festeggiare il quarantesimo anno. Vedrete.

Daniele Milazzo

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